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  • Andrea Sivilotti

Via Sottoriva - Prima Parte


Un tratto di strada un frammento di vita, la vita di un determinato numero di persone che hanno accompagnato la mia infanzia e che oggi come allora riempiono il mio cuore quanto i miei ricordi.

Via sottoriva la composizione di due parole per rappresentare quella strada che corre alla base della collina, sotto la riva. Curve e salite che s’incrociano con altre piccole vie, alcune a quei tempi ancora senza un nome, non era necessario, valevano molto di più i punti di riferimento, quelli fisici come: “prima e dopo il Macello Comunale”, oppure quelli umani come: “appena passata la casa di Poldo”.

Ci si conosceva tutti e non solo in quella via, personaggi rappresentativi come il mio padrino “Poldo”, l’impresario edile che era conosciuto oltre i confini del mandamento.

Era l’epoca in cui il postino entrava con la sua vespa accessoriata dal solito logoro borsone di cuoio, sin quasi dentro casa e ti chiamava per nome, a volte se a causa della gran mole di lavoro si trovava ad andar di fretta, lasciava la posta di due tre famiglie alla vicina più rappresentativa, la quale oramai impratichita passava a consegnarla personalmente.

Tutto avveniva alla luce del sole non c’erano segreti, e gli avvenimenti importanti sia quelli più allegri che quelli tristi si condividevano con le persone di quel tratto di strada.

Ricordo le mattine soleggiate quando le mamme si affacciavano sui terrazzi per battere i panni o stendere il bucato appena tolto dall’ammollo, le conversazioni riempivano l’aria e si mischiavano ai suoni della natura, mentre le radio immancabilmente sincronizzate sulla frequenza più in voga a quei tempi “radio Capodistria”, fra mazurche e dediche per anniversari e compleanni, proiettava nell’etere la voce del mitico Luciano Minghetti.

Era un periodo particolare, le nonne dedicavano per il compleanno della nipotina “bandiera rossa” e nessuno si vergognava di partecipare alla festa de “L’Unità” ballando fra le bandiere con la falce e il martello.

Ci si conosceva dicevo, al punto che anche l’autista dell’ambulanza quando era chiamato a correre per un’emergenza, bastava che gli dicessero il cognome della famiglia, la via e il nome del capo famiglia che per lui era più che sufficiente. Altro che i navigatori satellitari, - Corri in via sottoriva che è caduto il figlio piccolo di Gigi, il fornaio, quello che abita sulla curva…”, non serviva altro.

A volte si aggiungeva il soprannome storico “i pasârs” ovvero “i passeri” che identificava un particolare e specifico ramo di una famiglia.

In ogni caso in quelle situazioni in strada si radunava tutto il vicinato e non per futile e disinteressata curiosità, bensì per partecipazione emotiva e solidale.

In fondo tutto partiva dalla telefonata al pronto soccorso, di telefoni ce n’era uno, massimo due per via e così: - Vai da Poldo a telefonare al pronto soccorso!-

Poi il passaparola faceva il resto e tutti si radunavano a casa del malcapitato per offrire il proprio aiuto, chi apriva il cancello del cortile e liberava la strada all’ambulanza, chi correva a preparare gli indumenti e gli accessori per l’igiene intima da portare in ospedale e chi infine si occupava di calmare e tranquillizzare il paziente e i suoi cari.

Nessuno era lasciato mai da solo.

Via sottoriva per me era un po’ più corta del reale, cominciava all’inizio della salita più o meno all’altezza del civico 42 e finiva poco dopo il Macello Comunale all’altezza del civico 102.

Per noi bambini le distanze che separavano quei due civici erano un viaggio, inoltrarsi oltre quei limite era come varcare la frontiera dello Stato.

La mia via sottoriva iniziava quindi all’incrocio con la vietta che tagliava verso l’ex. “Tiro a Segno”, l’incrocio era delimitato da un lato dalla casa contadina di Romeo, il cugino che aveva il trattore, e dall’altro lato iniziava il piccolo vigneto e l’orto dei miei nonni paterni.

Oltre al nonno Vittorio si occupava dell’orto anche lo zio Renzo, fratello di mio padre con l’aiuto dei figli Stefano e Fabrizio.

La famiglia di Renzo abitava poco distante, eppure per noi ancora piccoli esseri, ogni volta che li vedevamo ci pareva arrivassero da molto lontano.

Subito dopo quel vigneto c’era la casa del mio padrino per l’appunto, una villetta lunga e stretta ombreggiata da alti cipressi posti lungo la strada.

Poldo era la simpatia in persona, a guardarlo ti faceva tenerezza e in sua compagnia ti sentivi a tuo agio, era un omone dal temperamento forte ma dal cuore buono.

Riguardando oggi il mitico film “the blues Brothers” degli anni ’80 rivedo in elegante completo bianco, la copia del mio Santolo nel musicista blues “Cab Calloway”. Identici.

Con lui viveva la moglie Pia, la mamma Carolina e la sorella Elena.

Elena una signora tonda, dal volto triste ma gentile, era per me l’immagine disneyana della tata, anche se forse quest’associazione era condizionata dal fatto che realmente aveva ricoperto da giovane quel ruolo.

Quasi ogni giorno all’ora del tè capitava per casa, si sedeva con noi all’ombra dell’edera l’estate ed accanto alla stufa l’inverno e con mia madre si raccontavano le storie dei loro passati.

A pensarci bene erano sempre le stesse storie, ma ogni volta sembrava che ci aggiungessero qualche cosa di nuovo.

Non posso pensare a lei senza ricordare le sue massime più ricorrenti, la prima: “mille e non più mille” e la seconda: “la vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale”.

In quelle due frasi si racchiudeva forse il rimpianto per le occasioni mancate e per la cruda constatazione che il passato non sarebbe più ritornato ed il futuro non lo vedeva del colore dei suoi sogni.

La zia Carolina, e mi fa’ strano chiamarla così visto che in friulano la chiamavamo sempre: “la gnagne Carûl” (in friulano la “gnagne” è la zia e il “Carûl” è il tarlo), la mamma di Elena e Poldo, mia madre la definiva un “Duce”. Forte, dinamica il vero capo della famiglia, dava ordini a destra e manca, tenendo sempre a bacchetta la povera figlia.

Poldo, Cavaliere del lavoro, titolare di una piccola impresa di costruzioni aveva fatto muovere i primi passi nel mondo del lavoro a quasi tutti i ragazzi della via, compresi i miei tre fratelli.

Quasi ogni estate la casa di questa famiglia era rallegrata dalla presenza della terza figlia della zia e dai suoi famigliari “gli svizzeri”, compreso il mitico barboncino grigio, sempre perfettamente tolettato a ciuffetti.

Arrivavano dalla Svizzera per l’appunto, e precisamente da Zurigo con quello strano accento tedesco sentito prima solo nelle barzellette, tipo: “Ci sono: un italiano, un tedesco, un francese…”.

Erano allegri, gentili e quasi ogni anno a noi bambini portavano della cioccolata come regalo.

Appena finiva la cancellata di Poldo, cominciava un lungo caseggiato a tre piani e proprio all’inizio di questo c’era un vecchio porticato che dava su una corte interna.

La casa a tre piani era la casa paterna di mio padre, dove vivevano al piano terra i miei nonni Vittorio e Ida, ed al secondo piano i miei giovani zii Rino e sua moglie Erma, con il loro figlio e mio quasi coetaneo Marco.

Nella corte interna v’era anche l’ingresso per un’altra casetta di una coppia di anziani Rosalia e Primo.

Erano forti i nomi della mia infanzia così estranei dalle influenze televisive di serial e telenovela americani, semplici da ricordare come i numeri e così una famiglia con sette figli maschi per non confondersi, li chiamava nell’ordine: Primo, Secondo e così via. Di questa coppia ho un ricordo molto sbiadito, purtroppo la storia della nostra memoria comune si è spenta presto come la loro vita, io ero ancora piccolo. Li ricordo nelle serate quando mia madre li invitava a guardare la televisione già, anche la televisione non era un bene così diffuso nelle case di quella via.

I miei genitori ignari, come molti altri a quei tempi, del potere distruttivo di quel tubo catodico avevano fatto sacrifici per poterne comprare una.

Rigoroso bianco e nero, il colore non c’era ancora, anche se ricordo una specie di tendina prismatica in plastica trasparente che si poneva davanti allo schermo e trasformava le tonalità di grigio in tenui colori, dandoti l’illusione dei colori anche se purtroppo non sempre corrispondenti alla realtà.

Oggi di televisioni né abbiamo una per stanza, praticamente una a testa, ogni persona così pensa di aver raggiunto la massima libertà e indipendenza, nessuno si rende conto che questo ha solamente chiuso la porta alla possibilità di confrontarsi con le altre persone, di viverci assieme, lasciandoci soli davanti al plagiante bombardamento del potere.

A quei tempi al contrario, la cucina di casa nostra veniva riempita dalla presenza dei vicini, che si radunavano la sera per guardare i programmi e telefilm del momento, i quiz televisivi che ancora si ponevano come scopo di scoprire piccoli geni fra le menti ordinarie, o gli sceneggiati come il commissario Maigret, e gli indimenticabili episodi di Don Camillo e Peppone.

A volte si aveva l’impressione di essere in troppi, vuoi per la confusione vuoi per le diverse prese di posizione, oggi ripensandoci a mente fredda mi rendo conto di quale importanza avesse quel confronto umano di menti ed esperienze di vita diverse.

C’erano poi le occasioni imperdibili e speciali come le partite della Nazionale di calcio e le olimpiadi.

Io al centro, in braccio ad una vicina con babbo, nonno, zia fratello e cugino, in uno dei tanti ricordi di quelle serate in cucina.

Erano gli anni in cui anche gli inverni sembravano spassosissimi, passavano veloci incalzati da primavere sempre più precoci ed estive. Per noi piccole canaglie una stagione valeva l’altra, le notti erano un puro crollo fisico dato dalla stanchezza maturata nelle giornate vissute nell’iper frenesia dei giochi all’aria aperta.

Ci si alzava prestissimo anche prima del dovuto pur di ritrovare i compagni di gioco alla fermata dello scuolabus. Si faceva a gara per arrivare primi e per primi poter salire e scegliere il posto migliore.

Non c’erano vigilantes a guardarci le spalle e ai nostri genitori non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di accompagnarci fino alla fermata, tanto meno sino a scuola.

E se per qualche motivo l’autobus non arrivava, l’ordine da casa era tassativo: gambe in spalle e a piedi verso la scuola.

Luciano l’autista era un dipendente comunale rosso di capelli, robusto e con mani cosi grandi che a guardarlo girare il volante temevamo che prima o poi avrebbe finito per staccarlo.

Sempre serio, di poche parole, controllava costantemente con la coda dell’occhio il grande specchio retrovisore al centro del corridoio.

Lo temevamo tutti e quando i toni dei nostri giochi s’infervoravano oltre il limite consentito, partiva il suo urlo di richiamo colorito dall’immancabile aggiunta dell’imprecazione friulana. Accadeva a volte che l’euforia di alcuni non tenesse in debita considerazione quei richiami e così dopo il secondo, non v’era mai un terzo. L’autista fermava l’autobus sul posto, si alzava dal posto di guida e andava direttamente dal disturbatore di turno per procedere ad una tirata d’orecchie al limite del sanguinario.

Nei casi più disperati quando il malcapitato oramai punito davanti ai sogghigni di tutti perdeva ogni remora e persisteva nel suo importunare, in qualsiasi tratto di strada ci trovassimo, sotto qualsiasi condizione meteorologica, Luciano fermava nuovamente la corriera e lo faceva scendere: “e adesso vai a piedi…” diceva.

Mentre il ragazzino arrossato si caricava la borsa in spalle, i compagni in un misto fra derisione e stima per l’atto eroico, dal grande lunotto posteriore lo salutavano a braccia sventolanti.

Ricordo bene questi momenti e il fiume di rabbia e timore che percorreva ognuno di noi trovatosi in quella situazione.

La rabbia per essere troppo piccoli ed indifesi rispetto all’omone rosso e il timore per la vera sceneggiata che avremmo subito al ritorno a casa. Già perché a quei tempi l’educazione dei bambini era affidata a tutte le persone adulte che con loro si trovavano ad interagire, insegnanti, allenatori, preti a catechismo, e così via erano autorizzati a correggere eventuali comportamenti inadeguati.

E così la madre del malcapitato, dopo aver visto passare fuori casa lo scuolabus, aver visto scendere tutti i passeggeri della fermata meno che il proprio figlio, certa a quel punto del motivo di quel ritardo, attendeva sì con un minimo d’ansia il rientro del ritardatario ma appena intravista e riconosciuta da lontano la figura dello scellerato, si fiondava sull’uscio della porta ad attenderlo per i convenevoli, generalmente introdotti dalla famosa frase: “Svergognato che non sei altro, io ti ho fatto ed io ti disfo!”, il tutto ben accompagnato da qualche Santa sculacciata.

Erano vani e controproducenti i tentativi di screditare l’uomo dalle grandi mani, tanto le mamme riuscivano a sapere sempre quale fosse la verità.

Oggi una cosa del genere sarebbe inammissibile, gli psicologi si scatenerebbero contro l’autista violento e la madre instabile, si sprecherebbero le cause legali e le denunce alla procura, mettendo alla gogna pubblica persone che di fatto non avevano fatto nulla di così grave. Noi al contrario a “Luciano il rosso” volevamo bene, e a settembre durante i giochi alla festa della Madonna, andavamo di proposito a tifare per lui e la sua squadra mentre si adoperava a vincere con le sue manone il tiro alla fune.

Continua con la seconda parte .

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