• Andrea Sivilotti

Via Sottoriva - Terza Parte


Il racconto continua, sono giunto a metà di questo percorso descrittivo.

Dalla parte bassa di “Via Sottoriva” ho raggiunto il centro della mia personale area di azione, come se tracciando una ipotetica circonferenza casa mia si trovasse al centro dove puntare il compasso e il raggio fosse effettivamente il limite massimo dell’autosufficienza concessami dai miei genitori.

Entro quel raggio d’azione non dovevo dare alcuna giustificazione, potevo muovermi in vera autonomia, pur rispettando le regole sotto intese della buona educazione e del buon senso, riassumibili in friulano in due fermi concetti:

- Oĉio a ce che tu fasis e no sta la a periculâ! -

Che tradotto letteralmente diventa un minaccioso:

- Occhio a cosa fai e non andare nei pericoli! -

Non era necessario che i nostri genitori pensassero chissà quali altri stimoli psicologici, i due concetti racchiudevano in se tutte le informazioni necessarie ad un bambino di quei tempi per capire da solo che trasgredire, ovvero comportarsi in modo non educato, o andare a ficcarsi i situazioni di pericolo tali da farti rientrare a casa o malconcio, o con abiti stracciati o addirittura leggermente infortunato, avrebbe significato un processo in direttissima, senza possibilità di difesa o appello, con giudizio insindacabile e relativa imposizione della pena corporale da consumarsi all’istante.

Anche immaginare di essere più furbi dei nostri genitori era una partita persa in partenza, loro avevano una rete di informatori che avrebbe fatto invidia ai servizi secreti di qualsiasi Stato. Non c’era scampo, l’occhio vigile del “grande fratello” vegliava su di noi. E a dir la verità, il nostro raggio d’azione era determinato più che da una nostra autonomia sul territorio, da un’unica necessità, quella di riuscire a sentire il richiamo di “tarzaniana” memoria dei nostri genitori, fosse il nome urlato o un semplice fischio di richiamo, nel giro di cinque minuti massimo dovevamo presentarci a casa. Oggi sostanzialmente questo problema non esiste, i bambini passano buona parte della settimana a scuola o all’asilo, non solo la mattina ma anche al pomeriggio, e quel poco che passano a casa lo vivono chiusi dentro le quattro mura domestiche. E così passano buona parte della loro infanzia e adolescenza, senza godere del contatto con la natura, senza beneficiare di una vera vita sociale non certo come quella simulata malamente dai vari Social Network, e quando occasionalmente necessitano di recarsi a qualche attività sportiva, scelta e organizzata a piacimento dei genitori, sono gli stessi che li accompagnano. Arrivano al punto di accompagnarli in auto sino alla fermata dello scuolabus. Li accompagnano in auto la mattina a scuola e li prelevano la sera, stesso dicasi per qualsiasi attività extra-scolastica, compreso le feste con gli amici e quant’altro ancora. Un vero e proprio terrorismo psicologico e un completo annientamento della volontà dei bambini.

Ma torniamo alla via vera e propria. Dal lato opposto della strada rispetto a casa mia e al di là del sentiero che portava verso il bosco, v’era un gruppetto di tre case con un cortile promiscuo dove abitavano tre nuclei famigliari.

Nella prima abitazione abitava Giovanni conosciuto come “Gîovanin Piĉe”, un soprannome della cui origine ho sentito varie versioni, ma di cui non ho certezze, l’unica certezza è che deriva dal verbo “appendere”. Un signore minuto dai capelli rossi e dalle mille lentiggini. Una macchietta, simpatico all’inverosimile, sempre con la battuta pronta e soprattutto sempre disponibile per gli amici e i vicini. Rimane stampato nella mia memoria, la sera di un paio d'anni fa, in cui io e mio zio Rino passammo a trovarlo nella casa di riposo del paese, costretto per mancanza di qualcuno che lo accudisse a casa nell’ultimo periodo della sua esistenza. Aveva oramai i ricordi confusi ma lo spirito era sempre lo stesso, ci descrisse tutte le pazienti che assieme a lui li vivevano, anziane signore su cui faceva le sue solite pesantucce battute, ma che in bocca sua potevano solo far scaturire una sana risata.

E' così che mi ricorderò di quel uomo, uno che riusciva sempre a farci sorridere.

La capacità di infondere simpatia su tutti veniva forse da molto lontano, dalla necessità di compensare la grande sofferenza che sin da giovane l’ingrato destino gli aveva riservato. La ragazza con cui aveva deciso di costruire il loro futuro, la sua amata, poco prima che potessero convolare a nozze fu colpita da una grave malattia degenerativa ed incurabile. Costretta al letto di un senatorio si oppose fortemente a che lui continuasse a vivergli accanto, sino a intimargli di non volerlo vedere più. Una doppia ferita che segno per sempre il giovane uomo, non cercò mai una vera alternativa al suo unico amore e gli rimase sempre fedele, almeno sul piano sentimentale.

Ma nella sua non certo semplice vita, oltre al proprio mestiere sapeva metter mani in tutto, qualsiasi problema potesse avere un suo conoscente, lui si offriva per aiutare a risolverlo.

Di lui mi faceva impazzire il modo maldestro che aveva di trattare il suo Garelli tre marce, per lui la frizione era un optional, un qualche cosa di superfluo messo lì solo per intralciare. E così era inconfondibile la sua partenza da casa, che avveniva sempre secondo questa terribile scaletta: accensione a pedale, mega accelerazione a freddo, innesto della marcia senza utilizzo della frizione con conseguente schiocco del cambio, e inserimento di tutte le marce possibili nell’arco dei primi dieci metri percorsi. Un meccanico debole di cuore c’avrebbe lasciato le penne assistendo a tali dolorosi eventi.

Accanto alla casa di Giovanni c’era una bifamiliare, metà di proprietà di un’anziana coppia abitante un po’ più avanti nella via e di cui parlerò in seguito, e l’altra metà di proprietà di una signora di nome Tranquilla.

Era una signora dolce, che aveva perso il marito quando io ero ancora troppo piccolo per ricordarmene, di lui però i miei genitori e i miei fratelli ne avevano sempre ricordato la bontà di cuore. Avevano avuto tre figli e una figlia e tutti vivevano oramai con le proprie famiglie, chi poco lontano e chi come la figlia in un’altra regione, nonostante ciò, con cadenza costante durante la settimana figli e nipoti visitavano la mamma-nonna e si fermavano a lungo a fargli compagnia. Chi l’aiutava nell’orto, chi con le faccende di casa, chi solo per stare in sua compagnia seduti all’ombra dei noccioli. Gli anziani non erano mai lasciati soli.

Noi bambini della via eravamo conosciuti da tutta la famiglia, e per noi era doveroso, quando vedevamo quel peregrinare di parenti, passare per salutare, ed ogni volta era una festa.

I bambini della via erano patrimonio di tutti, tutti ci amavano e volevano coccolarci, e se per caso con i genitori arrivavano anche i loro figli, nostri coetanei, allora era obbligo che giocassimo assieme con nostro grande compiacimento.

Ho ricordi bellissimi di quella famiglia, chi mi portava a pescare, chi a nuoto, chi a spasso con la macchina. Questo per alcuni può sembrare poca cosa, ma si dovrebbe provare immaginare per esempio, che mio padre la macchina non l’ha mai posseduta, solo mio fratello maggiore, da adulto, è riuscito con il risparmio sul lavoro iniziato già all’età di sedici anni ad acquistarne una usata.

Un’altra cosa che oggi sembra quasi incredibile sono la misura delle distanze. Ho già parlato di questo argomento, ma di fatto non ci si può veramente rendere conto, se non immergendosi profondamente in quel periodo, e quindi capire che gli spostamenti anche di sole poche centinaia di chilometri erano un viaggio incredibilmente importante.

Quando la figlia di Tranquilla assieme al marito e al figlio, provenienti da una città che distava da San Daniele poco meno di trecento chilometri, arrivavano per le vacanza, quella casa si illuminava a festa. Quello per loro era un “viaggio” importante, che avveniva una, massimo due volte in un anno. Così quando arrivava la mitica Fiat 600, carica di bagagli all’inverosimile, preannunciata dalla inconfondibile strombazzata di avvertimento, tutti capivano che erano arrivati i “bolzanini”, ed io sapevo che nelle settimane a seguire avrei avuto un compagno di giochi con cui mi trovavo sempre in gran sintonia.

Un'immagine tratta dal web - Una mitica Fiat 600 verso le ferie.

Il giorno stesso e nei giorni a seguire la famiglia si riuniva al completo, i vicini passavano per i saluti e dalle terrazze iniziavano i convenevoli e lo scambio dei racconti per gli eventi intercorsi dall’ultima visita.

La “Privacy” non esisteva e nessuno s’era mai posto un problema in merito. Esisteva solo la buona educazione, ovvero cosa era educato raccontare del proprio privato e quali domande fosse possibile porre senza ledere l’intimità di una famiglia. Era solo una questione di confini morali, non certo fisici o burocratici.

Quando le giornate si allungavano avviandoci verso l’estate, dopo cena fuori casa mia ci si ritrovava ancora per raccontarsi e raccontare aneddoti del passato, mentre noi bambini continuavamo a giocare a pallone in strada. Traffico praticamente non ce n’era e le poche auto o motorini che passavano, riuscivamo ad avvertirli con largo anticipo nel silenzio del paese. Mentre Giovanni tirava di pallone con noi, mio nonno materno Adamo teneva banco sulla panchina fuori casa, con le sue storie sentite e risentite ma sempre interessanti.

Le vacanze estive erano anche l’occasione per ritrovare molte famiglie che rientravano dai luoghi dove erano emigrati ancora giovanissimi, chi dalla Francia come molti nostri parenti, chi dal Canada come la sorella di Giovanni con tutta la sua famiglia, chi dalla Svizzera come la figlia di Poldo di cui già ho raccontato e molti altri da città italiane, quali Milano o Genova per esempio.

Anche io oggi faccio parte di quella schiera dato che da oltre quindici anni vivo e lavoro a migliaia di chilometri dal mio amato Friuli, e solo oggi capisco cosa si prova a ritornare a quella che è la tua vera casa, anche solo dopo pochi mesi dalla tua partenza.

Quando da ragazzini ascoltavamo questi signori o i loro figli, per noi era un po’ difficile comprenderli del tutto; eravamo in parte affascinati dai loro magnifici racconti, dai raffronti che facevano con in luoghi da dove provenivano, ma non capivamo perché nonostante fosse tutto così incredibilmente bello, efficiente e interessante, come mai continuavano imperterriti a ritornare in queste zone di periferia e arretratezza.

Poi un'estate un mio zio che abitava a Milano, si portò appresso una cara coppia di amici e notai come con un grandissimo orgoglio, presentava loro ogni singola persona che incontrava per strada, li portava in lunghe escursioni in auto per le valli e i paesini sparsi tra le colline e le montagne friulane. In una di queste scampagnate il suo amico forse intuiti i pensieri che mi percorrevano la mente o forse solo per giustificare l’esuberanza di mio zio, mi disse:

“È forte tuo zio, qui a voi vi fa una testa tanta con Milano, quanto è bella Milano, quanto è interessante Milano, poi però quando siamo a Milano lui non fa altro che parlare del suo amato Friuli.”

Ecco come eravamo e forse lo siamo ancora noi friulani, disposti a sacrificarci per le necessità famigliari, con la valigia sempre in mano o sempre aperta in camera, pronta per l’imminente partenza, ma ovunque sia il luogo dove siamo diretti o il paese in cui viviamo, rimaniamo sempre collegati all’immaginario cordone ombelicale che ci lega ai nostri affetti, alla nostra terra natale.

Continua con la quarta parte.

Ritorna alla seconda parte.

Andrea.

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