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Punto di Vista n.2

Sunday, March 16, 2014

Troppe informazioni.

 

Quante volte vi siete trovati di fronte ad una situazione, ad una immagine che si è composta davanti ai vostri occhi, così ricca di informazioni al punto da mettervi in crisi? 


In simili occasioni il tormento è uguale più o meno per tutti: che fare? 


L'istinto porta il fotografo neofita ad includere tutto indistintamente, magari facendo click con un bel grandangolare spinto.


Errore imperdonabile!

 

Diversi anni or sono un socio storico del circolo fotografico che frequento, durante una serata dedicata alla visione delle diapositive di altri soci, si soffermò su un'immagine pressoché anonima e dispersiva e chiese: 


 

"Ma che cosa volevi rappresentare con questa fotografia?" e aggiunse "Che cosa volevi comunicare?"


 

La domanda provocò l'ilarità della sala, ma a questa seguirono attimi di silenzio imbarazzante, poi una serie di affermazioni da parte dell'autore sul desiderio di spiegare quello che nella foto non c'era, e giustificazioni per tutto quello che al contrario c'era ma senza un oggettivo filo logico.

 

Se si vuole attirare l'attenzione dell'osservatore e comunicare qualche cosa, l'immagine che produciamo deve rispettare una serie di regole fondamentali, che non sono formule magiche, ma si rifanno alla più antica arte pittorico/grafica.


Questo non significa che esiste un'ipotetica filiera, dalla quale possono passare solo le immagini normalizzate e rigorosamente conformi, lo spirito artistico di ogni fotografo dovrebbe portarlo attraverso un percorso istruttivo iniziale a sviluppare e coltivare un suo particolare stile, che sia il frutto anche di volute sregolatezze ben inserite in un progetto più generale e composito.


 

Rimane il fatto, che dietro a molte regole della composizione, ci sono degli importanti studi relativi alla percezione che la mente umana rileva trovandosi di fronte a delle immagini fotografiche.


 

Gli occhi di un soggetto ritratto, per fare un esempio classico, avranno sicuramente un maggior impatto sull'osservatore, se posizionati su uno dei nodi risultanti dall'intersezione delle linee che dividono l'immagine in terzi.


 

Ecco allora che per riprendere la situazione iniziale, ovvero l'immagine troppo ricca di informazioni, prima di scattare dobbiamo porci alcune domande importanti:


  • Di tutto ciò che sto guardando in forma dinamica e tridimensionale cos'è che voglio rappresentare su un foglio di carta (o monitor che sia) bidimensionale e statico?


  • A cosa voglio dare maggior valore espressivo? 


  • Ai colori sgargianti? 


  • Alle forme strane e mal combinate? 


  • Alle ombre drammatiche? 


  • Al movimento dell'insieme? 


  • Ai grafismi di linee ripetitive su piani sfalsati?

Qualche fotografo un po' troppo pieno di sé potrebbe obiettare che nel tempo necessario a processare questa attenta analisi, di sicuro finiremo per perdere l'istante decisivo.



Lo stesso fotografo prima di esternare un giudizio così drastico dovrebbe rispondere alla seguente domanda:

lui, sulla base di quale processo mentale decide di premere il pulsante di scatto della sua macchina fotografica?

Intanto scatto e poi vedo? 


Al limite taglio un po' qua e un po' la, sfumo lo sfondo, elimino qualche elemento di disturbo, e così via?


 

A quel punto io consiglio a “quel fotografo” di non spendere nemmeno soldi a comprare l'attrezzatura fotografica, si faccia regalare una vagonata di Mb 
prodotta da qualche fotografo della domenica, o turista che sia, tanto poi con il foto ritocco rimedierà a tutto.


Ma questo, se permettete, non significa essere fotografi.

 

È evidente che all'inizio un neo fotografo ci impiegherà del tempo per processare un vero ragionamento pre-scatto, poi però con l'allenamento diventerà una cosa istintiva e meccanica, e l'occhio scruterà lo spazio inquadrato nel mirino cercando di porre ogni cosa nell'ordine desiderato, ogni elemento con il giusto peso e la giusta collocazione, il tutto in funzione del risultato che ci si è prefissati e si vuole ottenere.


 

Per i fotografi professionisti questo è un processo doveroso, loro non si possono perdere nell'incognita di tentativi basati sulla legge dei grandi numeri.

 

Per i "maestri" dell'arte fotografica infine, questo è un processo innato e insito nel loro modo di vedere il mondo che li circonda.

 

Per rendervi conto di cosa significhi avere l'occhio da fotografo, provate a guardare un qualsiasi film di Michelangelo Antonioni, di Wim Wenders o di Sergio Leone, solo per citare i primi che mi vengono in mente, e in qualsiasi posizione vi troviate del vostro DVD provate a fare un fermo immagine, vi accorgerete che ogni oggetto o soggetto sono posizionati alla perfezione, ogni fotogramma (si diceva quando il cinema non si girava ancora in digitale) è una potenziale fotografia correttamente composta.


 

Ecco i veri fotografi quando aprono i loro avidi occhi sul mondo, lo guardano come i grandi registi di cui sopra, poi ad un tratto percepiscono che "quello" è l'istante giusto, e click l'immagine è congelata.

 

Comporre una buona immagine non significa solamente distribuire in modo adeguato gli elementi inquadrati, cercando di rispettare le regole di cui vi ho appena parlato, piuttosto è avere la capacità di scegliere per bene cosa inserire nella foto, cosa togliere e a cosa o a chi dare la giusta importanza, il giusto peso.


 

Ho esordito parlandovi della ridondante ricchezza di alcune immagini, una ricchezza che porta l'osservatore a perdersi in ciò che guarda, ma non per la famosa "sindrome di Stendhal", bensì per la mancanza di un soggetto/oggetto principale, protagonista.


 

A volte osservando i lavori dei fotografi alle prime armi, proprio ai primi scatti e alle prime sperimentazioni, ho notato come cerchino di costruire a tavolino delle immagini, il più delle volte nature morte o still-life, inserendo sul piano inquadrato vari oggetti in modo confuso, disordinato o senza una correlazione tra loro. 


 

Per fare un esempio: senza badare allo sfondo vengono disposti su un tavolo: un frutto (un melograno o una mela), e fin qui nulla di strano, poi aggiungono una bottiglia vuota in vetro lavorato, mah! ed infine come chicca ci mettono un vecchio strumento da lavoro, un martello da calzolaio.


È vero che una natura morta può essere composta liberamente, ma qualche cosa deve accomunare gli oggetti, non possono essere inseriti in una inquadratura a parità di peso, con forme e colori dissonanti, e magari con una profondità di campo che li fa confondere con una vetrinetta o un arazzo retro stanti.

 

Pensate ai dipinti per esempio, quelli che un tempo si trovavano in quasi tutte le cucine o taverne, i pittori inserivano sì della frutta o un vaso di fiori, ma questi erano accessori che non surclassavano il soggetto principale, il fucile con le prede di una battuta di caccia, che si imponeva per posizione e quantità di inquadratura occupata.

 

Nella fotografia credo che il fattore determinate per realizzare una bella immagine sta nella capacità del fotografo di saper scegliere:


  • scegliere l'istante esatto in cui scattare;


  • scegliere l'inquadratura;


  • scegliere i pesi da dare ai singoli soggetti/oggetti inquadrati;


  • scegliere i colori e la luce;


  • scegliere quale tempo, diaframma, ISO utilizzare;


  • ma sopratutto scegliere se sia il caso o meno di premere il pulsante di scatto.

Ho fatto l'esempio della natura morta composta, ma molti all'inizio sperimentano anche con il ritratto, e l'errore di inserire troppi dati nelle immagini composte si ripropone.


 

Vengono sacrificati sull'altare della carriera fotografica, figli, nipoti, cugini, fratellini, sorelle, amiche e persino nonni e nonne.


 

Spesso vengono posizionati giustamente in ambientazioni familiari, purtroppo però l'autore, trovandole scontate e banali, le infarcisce di oggetti inutili e superflui che non hanno nulla a che fare con il ritratto.


 

Fotografare la nostre migliore amica in bikini, distesa su una trapunta invernale accanto al caminetto, con a fianco un vassoio con bicchieroni di bevande colorate che richiamano l'estate, beh è alquanto triste.

 

Ricordo come io stesso durante le mie prime sessioni fotografiche sprecai una bella occasione con la mia giovane nipote Jessica.

 

La feci posare all'esterno, sotto una pergola dov'era avvinghiata un'edera rampicante che oltre a riflettere una forte dominante verde, faceva passare tra le foglie l'accecante luce solare di un primo pomeriggio estivo.

Pensai che per migliorare uno sfondo non molto gradevole e troppo vicino al soggetto dovevo inserire un fondale, così improvvisai un fondale terribile e ancora troppo vicino al soggetto.

La scelta dell'inquadratura poi fu pessima, per non parlare del taglio, tutto dettato probabilmente dall'euforia dello scatto e dalla mancanza di una vera pianificazione.

Come ogni buon principiante decisi infine di usare un misto di flash e pannelli riflettenti improvvisati, ma vista l'ora e la forte luce solare fui costretto ad aumentare i tempi (la macchina che usai aveva il sincro flash a 1/125), aumentando così anche la profondità di campo. 


È vero che a quei tempi non c'era Photoshop, però avrei comunque potuto intervenire in camera oscura, per recuperare qualche scatto, ma non lo feci.

Il mio intento era quello di crescere e migliorare come fotografo e per tanto tutta la serie fu' cestinate senza pietà.

                              

La fotografia che segue, il sig. Lauzzana, è il frutto di ulteriori sperimentazioni, una foto di cui andavo molto fiero, fino a che un giorno un osservatore sincero e glaciale, mi disse:

 

”Mah! A me non dice un gran che, non capisco il senso di questa foto, è evidente che è stato messo in posa, uno non si mette al banco da lavoro senza un abbigliamento adeguato, per di più il piano di lavoro e perfettamente ordinato e pulito, cosa che non accade quando si lavora. Così com’è non capisco il messaggio che volevi dare con questa foto.”

 

Anche se l'autore è convintissimo di ciò che ha prodotto, deve capire che se un osservatore qualsiasi esprime un commento del genere, significa che comunque l'immagine proposta ha trasmesso o non ha trasmesso quel tipo di messaggio; quindi un fondo di verità in quella critica per forza di cose c'è.


 

E così ci si deve rimettere in discussione, provando ad analizzare ciò che abbiamo prodotto tenendo conto di ogni nota, appunto e critica ricevuta, solo così potremo migliorare, solo così potremo produrre immagini comunicative ed evocative.


 

Dalla lezione sulla foto precedente e da molte altre critiche a cui ho sottoposto il mio lavoro ho cercato di trarre insegnamento, impegnandomi ad osservare attentamente prima di scattare. 


                              

Alla prossima, buone foto.

Andrea

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