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Maniago

Sunday, August 14, 2016

A volte mi piace sedermi accanto alla finestra aperta come a voler lasciar volare via i pensieri a ricordare aspetti di una vita che sembra così lontana.

Così mi lancio nel passato a quando ero ragazzino e nel periodo delle vacanze estive, passate rigorosamente sotto il controllo severo di mia madre, tra i quotidiani esercizi scolastici che mi obbligava a fare anche se non richiesti dalla maestra, e qualche incombenza domestica come rifare il letto, mettere in ordine la camera, apparecchiare e sparecchiare la tavola, lavare i piatti e così via, mi dilettavo all’attesa del signore che portava il latte o di quello che consegnava il pane, e i venditori ambulanti che a cadenza settimanale o mensile passavano dalla nostra via.

Mirko di buon mattino con il suo camioncino verde passava e scambiava le bottiglie di vetro vuote del latte con quelle piene, mentre Malagò poco prima di pranzo passava con la sua seicento multipla e lasciava tra la finestra e l’inferriata il nostro sacchetto personalizzato del pane fresco, e si riprendeva quello pulito vuoto per il giorno successivo.

Oggi sarebbe una cosa impensabile, nel Friuli di quei tempi nessuno si sarebbe mai permesso di toccare quel sacchetto e le bottiglie del latte lasciate in strada accanto al cancelletto.

Il martedì mattino verso le nove arrivava il camion della frutta e verdura, partito la mattina presto dai mercati di Ferrara, attraverso l’urlo del megafono posto sul tetto della cabina richiamava la sua clientela fidata: “La mela barca di Ferrara è prontaaaa!”, e così tutti con il portamonete e la borsa di tessuto in mano uscivano di casa per iniziare la cernita delle prelibatezze di stagione.

Il venerdì era il giorno del pesce, così come dice anche il detto popolare, ed allora il pescivendolo anche lui alzatosi la mattina presto per recarsi al mercato del pesce di Marano, arrivava a metà mattinata sulla sua Ape schioppettante intonando al megafono anche lui la sua litania: “ Osseribate bene gente, pesce fresco, fresco, frescoooo!”.

Poi a cadenza mensile o quasi passava il furgone dei materassi e della biancheria intima, gli arrotini che arrivavano in corriera dalla Carnia e aggiustavano pure gli ombrelli, ed ancora i venditori di mestoli di legno, mentre la domenica era il giorno del “marocchino”. Lui era uno di casa ormai, spesso si fermava a pranzo con noi, oppure nei periodi di Ramadam ci chiedeva solo di poter riposare un po’ sotto la pergola. Del suo passaggio si vedevano i segni ad ogni casa, quasi tutti avevano acquistato da lui l’orologio da muro, la radio, qualche tappeto, copriletto e coperte.

Credo che ancora oggi giri per casa qualche coperta o tappeto dei suoi.

Di tutti però il più caratteristico e atteso dai bambini era “Maniago”. Il nome veniva da una presunta origine di provenienza dalle valli del Cellina nel pordenonese, di fatto però solo molti anni più tardi scoprii che era il proprietario di una ferramenta sita ad una decina di chilometri da casa mia.

Girava con un camion che all’apparenza sembrava enorme e indefinibile. Era praticamente ricoperto nella sua totalità da attrezzi da lavoro, da giardinaggio, per la casa, stoviglie e pentole, scale, carriole, giocattoli e tutto ma proprio tutto quelle che sarebbe potuto servire in una casa. Sembrava che avesse, uno di tutto.

Gli oggetti erano ordinati meticolosamente ed immagazzinati in cassetti e cassettini di ogni misura, scomparti e vani nascosti come una enorme matrioska russa.

Ciò che non trovava posto all’interno era appeso all’esterno.

Quando avanzava, lentamente, sembra un enorme lampadario a goccia di cristallo che appena mosso comincia a dondolare facendo tintinnare ogni suo pendente, solo che la musica era leggermente diversa, specialmente se passato attraverso un avvallamento della strada, le sue pentole e pentolini vari sbattendo l’uno contro l’altro cominciavano a starnazzare come una vecchia orchestra di ottoni stonati.

 

 

Per noi bambini era una visita che aveva del magico, tutti avrebbero voluto tuffarsi dentro a quell’immenso giocattolone.

Ricordo ancora quando mia nonna mi regalò la prima carriola giocattolo, rossa.

Aveva messo da parte un po’ alla volta i soldi per l’acquisto, facendo un po’ la cresta sulla misera pensione del nonno, e aspettava proprio l’evento del camion dei sogni per potermela acquistare. Fu per me un regalo indimenticabile.

I giochi per bambini a quei tempi erano ben diversi da oggi, anche se di fatto non stiamo parlando di un secolo fa’. L’evoluzione tecnologica ha impresso un’energica spinta anche nel mondo dei giochi, passando dalla mia carriola rossa, la paletta e una tutina da lavoro anch’essa rossa, esatta riproduzione delle tute dei metalmeccanici, siamo arrivati ai giochi elettronici davanti alle tv o i computer, che oggi sono collocati in ogni cameretta per bambini.

Erano gli anni settanta, il mondo operaio aveva conquistato vari riconoscimenti. Fare l’operaio allora era ancora fonte d’orgoglio, voleva dire garantire alla propria famiglia un introito sicuro, anche in caso di malattia, cosa che sino a pochi anni prima era stato miraggio di pochi.

Con quelle poche certezze le famiglie riuscivano a pianificare il loro futuro, pieno di sacrifici è vero, ma quanto meno alla fine vedevano una meta raggiungibile.

Oggi non è più così, oggi le famiglie non si possono più permettere nemmeno i sacrifici e per tanto non si possono permettere nemmeno di sognare.

Credo che sia il fatto più grave della crisi di oggigiorno, se si tolgono i sogni alle persone rimane ben poco per cui valga la pena sopravvivere.

Non mi riferisco certo all’enorme mole di inetti e scansafatiche che si lamentano per non riuscire ad acquistare l’ultimo modello dell’iphone, o non riescono a sperperare i soliti duecento euro in aperitivi il sabato sera con gli amici. Di quelli non voglio nemmeno parlare, sono la vergogna del nostro paese.

È vero possono sembrare tutte frasi fatte, patetiche e necessarie solo a chi ne fa uso per riempirsi la bocca nelle conversazioni da osteria, rimanendo di fatto però nell’assoluto disinteresse sociale.

È altresì vero che è grave pensare che una persona, assieme alla sua famiglia, per forza di cose debba vivere una vita di stenti e sacrifici solo per poter ottenere quanto tutti dovrebbero avere per diritto: una casa accogliente, un lavoro dignitoso e servizi socio-assistenziali che permettano loro di vivere una vita serena.

Lo ripeto spesso, questa società e il mondo intero corrono troppo di fretta.

Sul piano umano da inizio secolo scorso è iniziata una velocissima ascesa nell’ottenimento di aspettative di vita migliore, un passaggio degno di una società che evolve e vuole crescere. Ma alla fine degli anni settanta invece di assestarsi per ridistribuire le ricchezze maturate negli anni del boom economico, è iniziato un lento declino, quasi un’inversione di marcia.

Per i primi decenni è stata mascherata per bene dai nostri governanti, e cancellata dai mass-media intenti da una nuova rieducazione, o meglio de-educazione, che ha portato la persona qualunque ad auto-escludersi da qualsiasi attività sociale e politica.

Oggi non ci sono più paraventi e maschere che tengano, le persone hanno capito almeno in parte cosa sta accadendo. Quello che invece non hanno ancora capito o probabilmente non vogliono ammettere, è che siamo stati presi in giro per anni, e non siamo stati capaci di intravedere e ribellarci ad uno dei più gravi e grandi inganni sociali.

C’è da riflettere vero?

 

Andrea

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