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Matrimonio di campagna

Thursday, September 29, 2016

Stazione Kazanski sono appena passate le otto di sera, con lo zaino in spalla ed una piccola borsa alla mano cammino lungo il ponte di carico cercando di non perdere di vista Olga che mi precede frettolosa. Contiamo i vagoni man mano che procediamo, il nostro è il ventunesimo.

L’odore di carbone t’invade appena imbocchi quel lungo corridoio, nonostante i treni a vapore siano usciti di scena ancora lo scorso secolo, in Russia si ha quasi l’impressione che la gente voglia tenere sempre un piede nel passato e quindi ad ogni vettura non manca mai il grande boiler a carbone, una grande teiera a disposizione dei passeggeri. È fantastico, appena si entra, di fronte lo scomparto del capo vettura, domina sul il corridoio la maestosa caldaia a carbone che costantemente riscalda l’acqua per il tè.

Già, per un russo sarebbe impensabile anche solo immaginare un viaggio lungo una notte senza il tè.

Come noi italiani non possiamo rinunciare all’espresso di un bar, di un distributore automatico o semplicemente di una moka, il russo non riesce a fare a meno del tè. Anche sul posto di lavoro hanno sempre al loro fianco lo scalda acqua elettrico, che qui si chiama “cjainik”, ed una tazza di vetro o ceramica, spesso oramai tinta al suo interno dall’inconfondibile colore scuro, e ovviamente non manca mai il sacchettino di cioccolatini “confektij” per accompagnare la calda bevanda.

Quando sottolineo sempre, intendo proprio che anche quando gli operai si recano su un nuovo posto di lavoro, prima ancora di scaricare gli attrezzi che serviranno per ciò che dovranno fare, si preoccupano di trovare una presa elettrica per il loro “cjainik”.

Percorriamo il corridoio sino alla nostra cabina, è ancora libera ma accanto alla porta oltre ai nostri due cognomi ci sono scritti anche altri due. Faremo il tragitto in compagnia e Olga confida sulla buona sorte, sarebbe un disastro fare il viaggio con due chiassosi e dediti alla Vodka, e lei parla per esperienza.

Mettiamo a posto i bagagli e sui lettini a castello sono ordinatamente impilate le coperte, le lenzuola e le federe, si vede che non sono nuovissime ma sono pulite, bianche e profumano di sapone. Ci togliamo le scarpe così come si fa in tutte le case russe, Olga si è portata le ciabattine, io rimango con i calzetti tanto tutto è pulito.

Oramai ci siamo quasi, i passeggeri sono tutti saliti come pure i nostri due compagni, che secondo i buoni auspici di Olga si rivelano due persone veramente gentili ed educate. Sono due docenti sulla cinquantina, insegnano Fisica e Matematica e rientrano al loro paese dopo un corso di aggiornamento all’Università di Mosca.

Lungo il corridoio la capo vettura ha steso un tappeto, probabilmente per tutti quelli come me senza ciabatte. Si parte.

I treni russi anche quelli sulle lunghe distanze viaggiano lentissimi, hanno una velocità media di settanta chilometri all’ora, altro che alta velocità. Ma nessuno sembra preoccuparsene e nonostante spesso i biglietti costino poco meno dell’aereo loro preferiscono il mezzo più antico. Conoscono le tempistiche dei trasferimenti e ne tengono conto nei loro programmi, tutto qua. C’è da dire che i treni russi come i voli, salvo rare eccezioni, rispettano sempre le tabelle degli orari.

Olga comincia a raccontarmi come si svolgono questi matrimoni in campagna così da cominciare a preparare un minimo di scaletta d’attenzione, non devo perdermi i punti più salienti di questo rito che va oltre la vera e propria cerimonia.

Solitamente dura tre giorni. Il venerdì si festeggia con gli amici un po’ come il nostro addio celibato, lo sposo sequestra la sposa e vanno in giro a festeggiare, il sabato dalla prima mattinata comincia il vero e proprio matrimonio con tutti i suoi riti, e la domenica mattina ci si incontra nuovamente a casa degli sposini per completare il percorso.

Per uno come me che ha sempre amato i treni, viaggiare in un vagone così accogliente assieme ai nostri interessantissimi compagni di viaggio è piacevolissimo. Tormento i nostri amici con le mie mille domande su quel passato a noi in verità così poco conosciuto, mentre in sottofondo ci tiene compagnia il vecchio rumore: ta-tam, ta-tam che fanno le ruote sui giunti tra le rotaie e quel penetrante odore di carbone bruciato. Mi sento in un’altra epoca.

Di tanto in tanto compare la capo-vettura per chiederci se vogliamo del tè o del caffè caldo, è austera ma gentile.

Dopo una riposante dormita salutiamo i nostri due amici, loro si fermano prima, mentre noi proseguiamo sino alla città di Penza. Arriviamo in perfetto orario, non c’erano dubbi. La stazione è piccolina e i segni della disattenzione e del tempo si notano sulla trascuratezza delle manutenzioni. Un tempo forse nemmeno tanto lontano era davvero una bella stazione.

Raggiungiamo la casa di Olga e ad accoglierci ci sono sua sorella e la mamma, posiamo le borse, io mi infilo nel gilet la macchina fotografica con gli obbiettivi che mi son portato dietro e via. Un taxi non ufficiale c’aspetta per andare a casa della sposa, sono le nove del mattino.

Noi siamo arrivati direttamente al secondo giorno. Mentre percorriamo la strada che ci porterà all’inizio di questo reportage mi guardo attorno e chiedo, chiedo, faccio tante domande e la mia amica giornalista, che mi capisce appieno, m’illumina.

Penza è una città di oltre 500 mila abitanti che con quelle che noi chiameremmo “frazioni” e i comuni minori limitrofi arriva a superare un milione e trecento mila abitanti. Alla faccia della città di campagna.

Ma il posto dove stiamo andando è un quartiere un po’ in periferia, lontano dai palazzi del centro o dai condomini popolari, una zona più modesta dove le strade a tratti non sono ancora asfaltate e le case sono basse con il giardinetto attorno.

Al nostro arrivo intravediamo un gruppetto di ragazzi che sta addobbando l’ingresso e la via d’accesso, c’è un via vai di gente che prepara tavoli, dispone le pietanze e le bevande. Son tutti vestiti in modo “elegante”, a festa, si vede proprio che c’hanno messo l’anima per essere belli e rendere indimenticabile questo giorno ai due sposini.

Sono famiglie modeste di lavoratori e quelle case rispecchiano la loro sobrietà, le tradizioni. Olga che ha organizzato il mio intervento con l’aiuto di un’amica comune alla mamma dello sposo, mi presenta ed è subito simpatia e ossequi, mi chiamano “il fotoreporter italiano”, ne sono lusingato e mi fanno sentire subito a mio agio.

Comincio a scattare un po’ in giro anche per far abituare le persone alla mia presenza e soprattutto a quella della macchina fotografica. Incontro la sposa è già vestita di bianco e la mamma la sta aiutando con gli ultimi aggiustamenti al vestito, è dolcissima e carina, la nonna da un angolo la tiene d’occhio.

Ci sono tavolini imbanditi da ogni parte e Olga si commuove a vedere tutto quel ben di Dio perché sa che tutte e due quelle famiglie si sono fortemente indebitate per preparare al meglio quel giorno. Le paghe correnti per quei luoghi non permettono certo spese così fuori dal comune. In media un operaio o un insegnate anziano non superano mai i 200-250 dollari al mese, e la vita non è di certo economica a meno che uno non viva di sole patate e Vodka.

Arriva lo sposo. Tutti aspettano fuori, comincia la tradizione, dovrà fare un discorso e un’offerta per acquistare metaforicamente la sposa e i due testimoni dovranno aiutarlo nella contrattazione. Il prezzo è stabilito, si brinda e lui attraversa il cancelletto, ad attenderlo ci sono delle signore che gli fan fare delle penitenze, dei giochetti.

Avanza ancora ed arriva fin dentro casa, la sposa è chiusa in salotto con mamma e papà, sono gli ultimi momenti di intimità con la famiglia ancora da nubile. È un momento intimo e personale ma i genitori mi consentono di stare con loro.
Non parlo, sto da parte e scatto. Sono commossi.

Entra lo sposo, da solo ed inizia il rito della benedizione.
Prima la mamma e poi il papà prendono fra le mani un’icona sacra ed appoggiandola sulla testa dei due sposi li benedicono e danno la loro benedizione al matrimonio. Il babbo piange.
Entra tutta la truppa.

Continuano i rituali ed ogni tappa che i due futuri sposi superano è doveroso il brindisi a suon di Vodka.

Si parte per l’ufficio dell’anagrafe lo ZAKS dove avverrà la vera e propria cerimonia ufficiale.

Mentre ci avviamo in coda alle altre auto, guardo le vie della città che attraversiamo e sento che il grigiore e la tristezza che mi trasmettono mi fanno ripensare alle stesse sensazioni provate percorrendo i piccoli paesini di montagna del mio Friuli.
Senti forte la presenza di un passato vissuto in serenità, non certo nell’agiatezza consumistica, ma nella serena ricchezza dei sentimenti. Le case, i palazzi, le vie alberate, quel che resta dei giardinetti e parchi sulle piazze ti fanno capire che lì la gente ha vissuto, lavorato, passeggiato e giocato felicemente, lontani da tutte quelle storie assurde che a noi per decenni c’hanno raccontato con versioni contrapposte ed enfatizzate da entrambe le parti, i propagandisti del socialismo sovietico da una parte e gli anti-comunisti filo-americani dall’altra.

Oggi le cose stanno diversamente, specialmente per queste città che non sono né Mosca né San Pietroburgo.
Quello che di buono era stato pensato, costruito e si poteva salvare dal lungo periodo di dittatura socialista, gli “eroici” fautori del dopo muro di Berlino l’hanno buttato, hanno messo una pietra sopra e non ne vogliono nemmeno parlare.

Ma di parlarne la gente comune ne ha voglia eccome, ancora una volta su fronti opposti, ma anche questo sono consapevoli che faccia parte di quella libertà tanto auspicata.

Ci sono i nostalgici, ma non quelli che siamo abituati a vedere noi in Italia, quelli che in casa hanno ancora la bandiera rossa con la falce e il martello, leggono l’Unità e poi la sera guardano il Grande Fratello, bensì quelli che rimpiangono la vita sociale di quel periodo. Persone che hanno studiato molto da giovani ed hanno poi ricoperto posizioni di rilievo e di responsabilità nella società del passato, oggi invece vivono anonimi e di stenti, senza alcuna riconoscenza e rispetto per una vita dedicata al lavoro ed alla società.

Dall’altra parte ci sono i revisionisti, quelli che hanno sperato a lungo che le cose cambiassero, che arrivassero quelle libertà e benessere tanto invidiati all’occidente. Quelli che si pongono come modello gli oligarchi moscoviti, che sfrecciano con macchine costosissime seguiti da scorte di banditi con fucili alla mano, quelli che spendono in una sera lo stesso ammontare di solti che guadagnano, in un anno, i capi famiglia di un intero rione di questa città.

Purtroppo però i facenti parte del secondo gruppo via via che passano gli anni si rendono conto gli auspicati privilegi sono per pochi e soprattutto sono molto velleitari, e così con l’amaro in bocca si schierano anch’essi con i primi.

La cerimonia ufficiale si è conclusa e possono riprendere le ritualità popolari e così ci si avvia verso il monumento ai caduti per deporre un mazzo di fiori, si liberano le colombe, e si assapora una pietanza preparate dai genitori, un pane che al centro contiene una coppetta di sale. Olga mi spiega il messaggio di quel gesto, rappresenta l’ultimo boccone salato che i due sposi saranno costretti a mangiare, poi il futuro riserverà loro solo bocconi dolci.

Arriviamo quindi alla sala dove sarà consumato il pranzo nuziale, una bella mensa con cucina adiacente ricavata nel centro sociale polifunzionale che ancora è presente nei rioni delle città di periferia. Sono pochi qui quelli che possono permettersi un ristorante e quindi ci si adatta arruolando le cuoche disponibili in zona, facendo la spesa nei mercati e cercando di inserire nei menu tutte quelle pietanze e prelibatezze preparate durante le stagioni calde e debitamente conservate per l’occasione.

Anche in questa fase, non appena trovati i propri posti, cominciano nuovi brindisi preceduti dall’immancabile discorso della persona che per primo ha innalzato il calice, “Tost” così si chiamano.

Scatto ancora qualche immagine e faccio cenno ad Olga che possiamo avviarci, ma non faccio nemmeno in tempo a stringere le prime mani per i saluti che vengo bloccato ed intimato a prendere posto al banchetto. Non se ne parla nemmeno di contraddirli, per loro risulterebbe una vera offesa.

La compagnia è piacevolissima e quello che hanno preparato da mangiare e molto buono, anche se guardare quella tavola così accuratamente imbandita mi mette un po’ a disagio, ripenso al commento di Olga riguardo ai grandi sacrifici che si sono dovuti sobbarcare per organizzare l’evento.

Il mio disagio durerà poco perché sarà annebbiato dalla quantità industriale di Vodka e Samagon (la Vodka fatta in casa artigianalmente) che i miei vicini mi costringono a bere. Alla fine però riusciamo a defilarci per rientrare a casa di Olga.

Nonostante il mio russo non sia ancora fluente e faccia fatica a comprendere bene i discorsi più complessi, con l’aiuto di Olga mi godo i racconti interessanti del padre che con grande orgoglio mi mostra i lavori della sua nuova casa.

La notte passa un po’ tormentata, il battesimo della Vodka ha lasciato il segno, ma la mattina siamo nuovamente pronti per l’ultima fase del nostro reportage.

Alla casa degli sposi ci attendono già con la tavola ancora una volta strabordante di pietanze e alcolici. Per ovvie ragioni mi sento in diritto di saltare il supplizio e mi godo la compagnia e i nuovi giochi che gli amici si sono inventati.

Ci spostiamo tra i pochi locali che possiede l’appartamento che fu dei genitori dello sposo, osservo come ogni angolo sia sfruttato al massimo per contenerci qualche cosa, persino il terrazzino è ricolmo, in fondo un ingresso, una cucina, una saletta dove dormirà la mamma dello sposo e una camera da letto dove dormiranno gli sposi dovrà bastare per le loro intimità ed esigenze quotidiane.

Il rito delle cartacce buttate a terra vuole significare che da ora in avanti sarà la neo sposa ad accudire la casa, come un passaggio di consegne, anche se nella realtà la giovane donna dovrà continuare a lavorare da qualche parte per contribuire nel budget limitato della famiglia.

Ci congediamo con baci e abbracci avviandoci verso la stazione dei treni. L’esperienza è stata appagante sia sul piano fotografico che umano, due cose che per me sono inscindibili. Sono felice di poter lasciare loro un regalo che altrimenti non si sarebbero potuti permettere, una raccolta di immagini che raccontano la giornata più importante del loro stare assieme, così da poterle mostrare con orgoglio ad amici e pareti.

Ecco perché rimarrò sempre un foto-amatore.

 

Andrea.

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