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Via Sottoriva - Seconda Parte

Friday, November 4, 2016

Risalendo ancora per la via, la successiva abitazione era quella di un anziano falegname, Antonio che tutti chiamavano da sempre solo Nino.

Dal portone rigorosamente in legno si accedeva ad un porticato ricavato sotto quello che un tempo era stato un fienile, mentre all’epoca dei miei ricordi era solo un semplice deposito di cianfrusaglie.

Entrando nella piccola corte sulla destra si accedeva alla scala a pioli che portava proprio al deposito, e sotto al quale v’era anche l’ex ricovero degli animali da cortile.

Il mitico Boxer verde della Piaggio, Nino lo teneva sempre al riparo dalle intemperie parcheggiato proprio sotto il portico con uno straccio che ne copriva il sellino dalla polvere.

La corte interna contemplava un piccolo vigneto dove, come voleva la buona tradizione friulana, tra un filare e l’altro erano coltivate in modo ordinato e quasi maniacale, tutte le verdure e le spezie necessarie per una cucina sana ed economica.

Benché oramai da anni vivesse da solo, Nino coltivava quell’orto con devozione, come se da esso dovesse dipendere l’intera sopravvivenza di una famiglia numerosa.

A dir il vero la cultura dell’orto di famiglia era la cultura di ogni nucleo abitativo friulano.

Laddove il capofamiglia non riusciva da solo ad occuparsene, visti gli orari impegnativi del proprio lavoro, allora la moglie, i nonni e spesso anche i figli lo aiutavano nell’incombenza.

L’orto era fonte di riserve alimentari per tutte le stagioni non produttive, e soprattutto era fonte di orgoglio per ogni famiglia.

Per fortuna, come ho già raccontato in precedenza, di televisori nelle case ce n’erano ben pochi ed in oltre anche le stesse programmazioni quotidiane, delle poche reti visibili, non coprivano che alcune fasce orarie della giornata, lasciandoci così molto tempo a disposizione.

Così la gente interagiva, e via Sottoriva viveva di amicizie, di chiacchierate che iniziavano già dalla prima mattina, affacciati alle finestre o in corsa sui lunghi terrazzi intenti alla stesura dei panni da arieggiare o mettere ad asciugare.

Tutti a quei tempi si alzavano presto, chi per recarsi lavoro, chi per andare a scuola e chi rimanendo a casa, per iniziare la lunga routine casalinga. Le mattine iniziavano sempre e comunque con una chiacchierata, o quanto meno con un semplice saluto ai vicini.

Ricordo le mamme dalle terrazze o i nonni mentre spazzavano il cortile, che con un gesto della mano rispondevano al saluto dei conoscenti che passando, chi in motorino e chi in bicicletta, correvano lungo la via per recarsi al lavoro.

A volte però, a causa di qualche mal umore passeggero, qualcuno dei vicini “teneva il muso lungo”, si diceva allora; ma erano sempre delle condizioni momentanee che sarebbero scomparse velocemente, come le pozze in strada dopo un temporale estivo, magari grazie all’iniziativa di uno dei due “arrabbiati” che con simpatia offriva all’altro una porzione del dolce appena sfornato, o faceva consegnare dal figlioletto innocente un pentolino con una buona dose del mitico minestrone di verdure.

Le chiacchiere interpoderali proseguivano durante la giornata e generalmente si intensificavano dopo aver consumato i pasti come un digestivo, proprio perché anche le occasioni culinarie davano grandi spunti di conversazione.

Era un tam-tam di notizie, su ciò che era accaduto in paese, sulla qualità e la quantità di ciò che cresceva nel amato orto, sui successi dei propri figli o nipoti a scuola e anche sulle marachelle che avevano combinato.

Si parlava di fatti del presente, di aspirazioni per il futuro ma soprattutto si ricordavano i momenti brutti o belli del passato.

Una memoria storica che si tramandava verbalmente giorno per giorno, racconti ricchi di forme, colori e odori che diventavano ancor più vivaci e vivi grazie alle intonazioni dei discorsi, alle mille smorfie ed alle immancabili gesticolazione proprie della nostra cultura.

E così anche il ricordo di Nino per me è caldo e vivo; più che un vicino per me è stato un altro nonno, che mi accoglieva nel suo laboratorio artigianale e m’insegnava ad usare gli attrezzi di un mestiere antico e per me interessantissimo.

Ad una certa ora mi faceva fare una pausa, e nella piccola cucina mentre lui preparava due panini con il formaggio, mi faceva disporre due bicchieri sul tavolo, uno per lui ed uno più piccolino per me, nei quali poi versava del vino rosso fatto in casa con le proprie uve.

Mia madre che sapeva di quest’usanza alcolica si raccomandava sempre:

- Non dargli il vino che è ancora piccolo!” ma lui fermo sulle sue posizioni, raccogliendo pure l’appoggio di mio nonno, gli rispondeva:

- Ma va là! Che fa bene al cuore…

E a Nino il cuore ha retto tanto. Ha vissuto a lungo per sua fortuna, ma come tanti ha anche dovuto superare molte situazioni difficili, come il grave lutto di perdere l’amata moglie ancora in giovane età.

Era un uomo burrascoso e a volte, stretto probabilmente dalla morsa dei ricordi e della solitudine si lasciava andare, e dopo aver alzato oltremodo il gomito inveiva ed imprecava contro il mondo intero e ahimè anche contro i vicini.

A separare il suo giardino dal nostro una rete metallica arrugginita dal tempo, e un’edera avvinghiata ad una improvvisata pergola a far ombra durante le calde giornate estive e perché no anche per ritagliare un minimo spazio nascosto contro agli sguardi curiosi.

Ed eccoci quindi, sulla curva più pericolosa della via, a delinearne l’arco c’era e c’è ancora la casa dei miei genitori.

Una curva, come dicevo, ma anche un incrocio appena abbozzato con un sentiero che portava attraverso il bosco al centro del paese. Quel sentiero da lì a poco sarebbe diventato una via con un proprio nome, ma per noi del posto non avrebbe mai perso il suo soprannome: “la rote”.

L’incrocio era per me come uno spartiacque, da un lato apriva la strada ad un vasto territorio coltivato a prato e vigneto, dalla parte opposta di fronte a casa nostra, c’era la vecchia abitazione di una signora molto conosciuta nel borgo: “Catine la Paulate” di cui io però non ho ricordi perché scomparsa quando io non ero troppo piccolo, ma ciò che ricordo è che alla sua scomparsa affidarono in custodia la sua casa alla mia famiglia.  Tra quella casa, sempre sul lato opposto alla nostra, e il gruppo di abitazioni successive, v’era l’ingresso ad un altro Paradiso per noi bambini, il "bosco".

I prati e i vigneti di cui parlavo sopra erano coltivati ed accuditi da mio padre e da mio zio Renzo, come se i loro rispettivi lavori, la casa e l’orto non fossero già soddisfacentemente impegnativi. Eppure il tempo e la passione lo trovavano comunque, e tutti o per dovere o per piacere contribuivano alla gestione.

I bambini di casa fin da piccini dovevano impegnarsi, fosse anche solo per poche ore la settimana o nei pomeriggi dopo la scuola, ad aiutare i propri genitori nelle loro incombenze.

Per quanto mi riguarda non mi pesavano quelle esperienze anzi, amavo ascoltare e seguire mio padre e mio nonno nei loro lavori. Lavori semplici, umili, ma impregnati di un sapere antico, fatto di nozioni tramandate da padre in figlio, di dolorosi calli su mani ancora troppo giovani e deboli per averne, di unghie perennemente sporche di terra, la nostra amata terra.

Mio nonno materno mi aveva insegnato che il mestiere si impara rubandolo con gli occhi; ed io come una spugna li osservavo e li osservavo e non perdevo occasione per imitarli, anche quando mia madre mi urlava dalla finestra di metter via la falce che era troppo pericolosa per me.

Da quelle esperienze scaturivano molte gratificazioni, quelle morali nello scorgere i volti di mio padre o dei miei nonni colmi di orgoglio nel vedermi indaffarato ed impegnato nell’aiutarli, e ancora nel vedere come dalle proprie mani, dal proprio lavoro, potesse nascere qualche cosa di paragonabile al lavoro degli adulti a cui mi ispiravo; gratificazioni materiali nel ricevere delle piccole ricompense per il lavoro svolto, e infine quelle fisiche nel guadagnare un sonno lungo e profondo frutto della stanchezza e delle fatiche del giorno.

Tutto questo mi faceva sentire grande, mi faceva sentire utile, nonostante fossi alto poco più del manico del piccone che usavo, e pesassi meno del sacco di grano che tentavo invano di alzare, io ero parte dell’opera famigliare.

Oggi a volte rimango basito nell’ascoltare teorie assurde e prodotte da menti inconsapevoli, relativamente all’ipotetico futuro danno psicologico che l’impegno lavorativo dei bambini nell’ambito famigliare possa causare su di essi, e sulle loro menti.

Io sono cresciuto sano di mente e di corpo, da quelle esperienze ho appreso tantissimo, e non solo direttamente dall’opera che ero incaricato di eseguire, ma dal significato che la stessa si portava appresso.

Ho imparato cos’è la fatica, il sacrificio, il rispetto per la saggezza dell’anziano esperto, il rispetto per il denaro sudato con il lavoro, ho imparato che ci sono molte cose che si debbono fare anche se non ci garba, e che non c’è sempre una “mammina” o un “nonnino” a soccorrerci ad ogni occasione non gradita.

Ma soprattutto ho imparato che i bambini diventano adulti, e gli adulti diventano genitori, nonni e quindi anziani, e che i bambini come gli anziani sono le persone che più hanno bisogno di aiuto.

Ad ogni tappa della vita ci sono cose che dobbiamo imparare, incombenze da espletare, perché verrà un giorno per tutti in cui i bambini divenuti adulti dovranno occuparsi dei loro genitori, accudirli ed assisterli come un tempo gli stessi avevano fatto con loro.

Ma per tornare a quel passato a me caro, i lavori di casa occupavano solo una minima porzione delle nostre giornate, era la prima parte del concetto in voga ai tempi: “prima il Dovere poi il Piacere”.

Per la seconda parte del dogma i prati, il vigneto, la strada ed i boschi che ci circondavano erano il contesto quotidiano dove vivere ed ambientare i nostri giochi all’aria aperta.

Dalle interminabili partite di calcio, alle corse in bicicletta, alla trasposizione in forma di gioco di ciò che avevamo visto nei brevi momenti che i nostri genitori ci concedevano davanti alla televisione, erano tutte attività che svolgevamo in gruppi più o meno allargati. Nessuno veniva lasciato fuori dai gruppi di gioco anche se alcuni erano oggetto di derisione, o di continui scherzi, il “bullismo” non era preso mai sul serio, tanto a turno, prima o poi toccava a tutti di essere bersagliati.

Sì è vero c’erano anche i leader intoccabili, ma a volte anche le loro decisioni erano messe in discussione dal rimanente gruppo, in una rappresentazione quasi democratica della nostra giocosa vita, nonostante il suo voto potesse valere “di più” era costretto, suo malgrado, ad accettare la decisione comunitaria.

C’erano pure gli irremovibili, quelli che come una minaccia terribile ad un tratto, sentendosi messi al muro, con gli occhi gonfi di lacrime gridavano:

- E no! Il pallone è mio! Io non gioco più e me ne vado a casa!

A ripensarci mi scompiscio ancora dalle risate a vedere la faccia del leader quando in coro tutti gli altri irriverenti salutandolo con la mano gli gridavano dietro:

- Mandiiii… ovvero il ciao in friulano.

 

Continua con la terza parte.

 

Ritorna alla prima parte.

 

 

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