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Quando l'ispirazione scompare.

Friday, January 12, 2018

Un caro amico ieri ha postato su Facebook un messaggio sconsolato. Era triste perché nel nuovo contesto dove è andato a vivere per lavoro, non riesce a trovare l’ispirazione per scattare fotografie interessanti.

 

Il perché ci venga la voglia di premere il pulsante di scatto, in un determinato posto e momento, invece che in un altro, sembra già di per sé un mistero.

Aggiungiamoci poi i continui tormenti per conoscere da dove nasca effettivamente l’ispirazione fotografica, e un qualsiasi fotografo amatoriale, sommerso da simili pensieri, finisce in preda al più profondo sconforto.

 

Purtroppo io non possiedo il prelibato sidro del sapere e non mi disseto alla sua preziosa coppa, al massimo mi concedo un calice di Porto mentre sfoglio i miei numerosi libri di fotografia o curioso tra gli infiniti archivi fotografici del web.

 

Nonostante ciò, mi sento comunque di parlarvi del mio metodo per fuggire il famoso blocco dell’ispirazione.

 

Generalmente i fotoamatori fotografano senza dei veri e propri piani di lavoro, non hanno degli incarichi o delle scadenze, non hanno dei progetti imposti da clienti o dal mercato su cui lavorare, fotografano per il piacere che questa passione procura loro.

 

Si parla quindi di ispirazione, anche se di fatto a mio avviso è qualche cosa di diverso.

È un insieme di circostanze, più o meno casuali, che producono una serie di particolari condizioni emotive,  tali da metterci la voglia di produrre immagini.

 

Le circostanze possono essere veramente varie.

 

 Mosca 2010

 

Una condizione climatica favorevole, ad esempio: un vento fresco che spazza via le nubi dopo un improvviso temporale, oppure una grigia e nebbiosa giornata autunnale.

Un modello o una modella interessanti che si rendono volontariamente disponibili per un servizio di ritratto.

Un particolare evento o festa popolare a cui siamo storicamente ed emotivamente legati.

E ammettiamolo pure, per i feticisti della tecnologia, un obiettivo o una macchina fotografica che abbiamo da poco acquistato e che vogliamo mettere subito alla prova.

 

Potrebbe pure essere una questione di compagnia, l’uscita in gruppo di più amici con la stessa passione per la fotografia, o al contrario una giornata da dedicare ad un’uscita in solitaria, immerso nei propri pensieri.

 

Si potrebbe continuare all’infinito, ma credo che quanto citato dia già l’idea.

 

A volte però sembra quasi che non riusciamo a trovare la voglia di scattare, anzi per molti manca proprio l’appetito fotografico.

Ed è in queste occasioni che si maturano idee sbagliate riguardo al luogo dove nasca effettivamente l’ispirazione.

 

Si pensa proprio che sia il luogo, la città, il paese dove ci troviamo a non essere degno di nota, o le persone che ci vivono.

 

Ci facciamo influenzare dal nostro grigiore interno, e vediamo ogni cosa, ogni luogo, sotto una luce sbiadita, priva di ogni qual si voglia interesse.

 

Tutto ci appare banale, patetico, usuale e soprattutto già fotografato.

 

Di fatto però il luogo che abbiamo di fronte, le persone, i paesaggi, le situazione, sono le stesse che hanno ispirato e continuano ad ispirare migliaia e migliaia di altri fotografi.

 

Sono i nostri occhi a vederle così poco interessanti, o meglio, è la particolare condizione emotiva di quel momento o periodo che ci annebbia la vista, e ci mostra un mondo non degno di essere immortalato.

 

Abbiamo quasi l’impressione che solo là dove non siamo, potremmo scattare le immagini migliori, oppure solo con quel determinato obiettivo, che attualmente manca nel nostro corredo, potremmo effettivamente produrre l’immagine ideale.

 

E come spiego sempre, a chi mi chiede quale sia la migliore attrezzatura da acquistare: “mentre voi pensate ad essa, il tempo passa, le stagioni si susseguono, i bambini crescono, i partner invecchiano, e gli altri… gli altri scattano le foto al vostro posto.”

 

Voglio ricordare, per chi legge, uno di questi grigi periodi del mio percorso fotografico. 

 

Dopo tre anni vissuti in una città interessante come Mosca, dopo aver riempito decine e decine di rullini fotografici, dopo aver perlustrato in lungo e in largo: vie, piazze, parchi,  teatri, centri commerciali, rive dei fiumi, ecc. fui colto da un periodo di noia e scetticismo.

Avevo l’impressione di non aver più nulla da raccontare con la mia macchina fotografica, di aver fotografato già tutto il fotografabile.

 

Tutto il resto, come diceva il buon Califano, era noia.

 

Dovevo uscirne il prima possibile, non potevo certo bruciarmi il tempo vissuto in quella magnifica città, senza cercare di documentare quanto più possibile prima della mia partenza definitiva per un’altra meta.

Pensai quindi che se io, non ero più in grado di realizzare foto interessanti, qualcun altro sicuramente ci riusciva.

 

Iniziai a visitare tutte le mostre ed esposizioni fotografiche che una capitale come Mosca poteva offrirmi.

Iniziai ad acquistare libri di grandi fotografi e di fotografi minori con stili più vicino possibile alle mie aspirazioni.

Mi resi presto conto che ogni persona può vedere ed interpretare una stessa scena, uno stesso luogo, in modi completamente diversi ma altrettanto interessanti.

 

Sentii pian piano crescere in me di nuovo la foga per lo scatto, ma decisi di lasciare a casa la pesante borsa con i vari obiettivi, ed uscii con la mia F3 e il 50mm.

 

Un corpo macchina, manuale, con un solo obiettivo fisso e diversi rullini.

 

Questo mi consentì di concentrarmi sulle inquadrature e sulla scelta del momento, dimenticando tutto il resto.

 

Mi ero imposto di documentare ogni cosa che colpisse il mio interesse, ogni cosa che apparisse ai miei occhi strana, curiosa, simpatica, oppure ciò che a me sembrasse normale e ordinario per le persone del posto.

 

Più precisamente mi ero imposto di realizzare immagini documentaristiche allo scopo di congelare dei momenti storici, archiviandoli per una futura memoria.

 

 Mosca 2010

 

Cominciai ad individuare dei temi ricorrenti, che si riproponevano spesso alla mia vista, e li trasformai in temi da seguire. Non più casualità, ma ricerca.

 

Oggi vivo in un’altra grande città russa, e continuo a girovagare tra gli alti e bassi della mia ispirazione, ma con sempre in tasca una macchina fotografica.

 

Non scatto molto. Non ho mai scattato molto.

 

Ma in fondo per quale motivo (come spesso accade oggi), dovrei produrre centinaia di inutili e insignificanti immagini, una uguale all’altra, se di fatto, occhio, mente e cuore non si trovano perfettamente allineati?

 

Su una sequenza di cinquanta immagini simili, che differiscono solo per l’angolo di ripresa o per il taglio dell’inquadratura, se va bene, solo una, solamente una immagine, sarà quella giusta.

Quella che potrà realmente trasmettere un’emozione, che avrà qualche cosa da dire.

 

Concludendo, al mio caro amico dico:

 

“Esci di casa, vai a farti una passeggiata con la macchina fotografica sempre in tasca, e scatta. Documenta ciò che vedi, ciò che ti colpisce, nel bene e nel male. Congela i momenti per fermare il tempo, per poter in futuro compiacerti nella visione”.

 

La fotografia è il passato, e il ricordo del passato si sa, provoca sempre delle emozioni.

 

Buone foto a tutti.

 

 

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