• Andrea Sivilotti

Come festeggiare il nuovo anno


Il 2016 è agli sgoccioli, siamo al giro di boa, siamo sopravvissuti alla prima parte delle festività ora attendiamo capodanno.

Ad essere sincero le festività come vengono vissute oggigiorno dai molti non mi interessano più.

È diventata oramai, per citare un famoso film, una “grande abbuffata”, una gara fra super esperti di cucina e sommelier scafati che disquisiscono su quale abbinamento di vino sia migliore con un piatto piuttosto che un altro.

Tavole imbandite per dar da mangiare ad un plotone della legione straniera appena rientrato da una missione di sei mesi nel deserto. Dodici antipasti compresi di salumi e formaggi di ogni genere e provenienza, cinque primi, otto secondi, contorni e verdure da estirpare un ettaro di orti; dolci, sorbetti e gelati da alzare la glicemia di un elefante. Il tutto annaffiato da vini bianchi, rossi, rosati, con bollicine, fermi, barricati, secchi, amabili, dolcissimi. A concludere poi ancora caffè, amari, grappe, brandy e quant’altro ancora si possa trovare nei lunghi mesi di preparazione delle feste.

Tognazzi e company nel citato film s’ingozzavano di proposito per suicidarsi mangiando, ma quello era un film, una metafora, qui invece è cruda e folle realtà.

Pochi giorni fa ho postato su Facebook dei ricordi d’infanzia, riguardo alle festività natalizie passate in casa in un Friuli alla fine anni settanta. Anche a quei tempi le nostre mamme e nonne, imbandivano le tavole di ogni ben di Dio, ma il concetto di base era diverso, durante le feste ci si ritrovava con uno scopo molto più importante, il desiderio era quello di riunire la famiglia, di stare assieme a persone che solo in poche occasioni durante l'anno si avevamo modo di vedere. E tutti sanno che le ricorrenze a cui mi riferisco riguardano i sacramenti fondamentali di ogni famiglia cristiana, in fondo è lì che siamo cresciuti, quindi battesimi, comunioni, matrimoni, ahimè funerali e per l’appunto anche il Natale.

A quei tempi anche spostarsi di trenta-quaranta chilometri era un "viaggio", e quindi anche solo spostarsi per portare di persona gli auguri ai parenti più distanti, voleva dire mettere in preventivo la trasferta per l’intera giornata.

Le tavole poi, è vero, erano ricoperte delle migliori prelibatezze che la casa potesse offrire, ma non cera ombra di consumismo, tutto era prodotto in casa e preparato con prodotti del proprio orto e animali del proprio cortile.

Le pietanze cucinate per i giorni di festa erano davvero un evento “straordinario”, un’occasione che non ci si poteva certo permettere ogni giorno durante la settimana.

Chi ha vissuto quei periodi ricorderà bene che la domenica era la giornata in cui si potevano mangiare le pietanze più succulente, come ad esempio quello che mia madre chiamava “pasticcio” e di fatto altro non era che le “lasagne al ragù di carne”, oppure lo spezzatino di carne o l’arrosto farcito.

Fa strano oggi anche solo immaginare che a quei tempi la carne, intesa come la bistecca (le fiorentine e le costate manco sapevamo cos'erano), lo spezzatino, il pollo, la cotoletta erano un evento che poteva ripetersi massimo una o due volte la settimana. Generalmente ai “primi piatti”: pasta, risotti, minestre e minestrone, che facevano la parte da leone, nei pranzi e nelle cene si abbinavano qualche fetta di salame o soppressa di propria produzione (chi poteva), del tonno o sgombro sott’olio acquistato sciolto all’alimentare, uova, frittate e a volte le polpette, che di fatto carne ne contenevano ben poca. Erano infine le verdure e i legumi del proprio orto a riempire i nostri piatti e quindi il nostro stomaco.

E anche sul bere c’era ben poca scelta, vino rosso e bianco di casa o al massimo barattato con l’aiuto durante la vendemmia a qualche parente auto-produttore. Ci si concedeva solo l’acquisto di qualche cassa di acqua minerale, a volte la “gazzosa” o la “spuma” ma con dosi ben centellinate dalla matriarca di famiglia.

Anche la preparazione dei dolci erano generalmente un evento straordinario, a volte anche una scelta di ripiego per garantire una colazione ai più piccoli senza dover ricorrere all’acquisto dei terribili ma economici biscotti secchi, altro che i frollini.

Io sono stato anche più fortunato di altri, in quanto mangiavo pochissimo ed ero magrolino al punto che miei fratelli per un lungo periodo mi avevano soprannominato “acciuga”, ed allora mia madre per colazione mi concedeva il privilegio di mangiare i mitici biscotti Plasmon.

Ecco allora che i giorni di Natale e S.Stefano, il primo dell’anno, Pasqua e Pasquetta e infine ferragosto erano veramente delle occasioni di giubileo, dove concedersi privilegi occasionali.

Però mi fa comunque strano ripensare a quei giorni, perché di tutto quel festeggiare non ricordo le pietanze e le dosi da scaricatore di porto che ci versavano nei piatti, non ricordo le ore passate al tavolone della cucina, ma ricordo il calore della compagnia. Ricordo i volti delle persone che oggi non ci sono più o di quelli che come me da bimbi che erano sono diventati adulti mentre altri sono solamente invecchiati. Ricordo le storie raccontate da mio nonno materno, le barzellette abbozzate da qualcuno, le cantate stonate di gruppo, le interminabili giocate a tombola, le lunghe attese per l’apertura dei regali che il più delle volte contenevano capi di abbigliamento necessari, oppure libri.

Ricordo le corse al piano superiore a recuperare le montagne di album fotografici da distribuire ai convenuti per iniziare l’ennesimo sfoglio con i relativi commenti.

Immagine tratta dal web

Ecco, ricordo i ricordi, le storie di vita vissuta di ognuno o di gruppi di essi, un esercizio di rievocazione di cui nessuno ormai è più capace, ore seduti a raccontare il passato, dove ad ognuno era concesso di aggiungere qualche tassello, qualche particolare. Spesso le storie erano le stesse dell’anno precedente anche se ugualmente diverse, arricchite di volta in volta di nuovi dettagli, di profumi, di colori, di emozioni.

Bisogna ammettere che non c’è cenone, non c’è pietanza o vino pregiato, non c’è ristorante vip che valga tutto quanto sopra descritto.

Io per questo nuovo giro di boa mi auguro veramente che le persone, me compreso, riescano a ritrovare la strada delle tradizioni più misurate, dove l’essere lì in quel determinato momento in compagnia degli affetti più cari, conti molto di più dell’apparire e dell’ostentare un benessere materiale fine a se stesso.

Io non ricordo se nel Natale 1976 sul tavolo della nostra cucina ci fosse l’arrosto ripieno o il pollo al forno, ma ricordo benissimo il calore umano della mia famiglia, dei parenti e amici più stretti, dei vicini, tutti indiscriminatamente colpiti da un disastroso terremoto, con alle spalle una casa da ricostruire di sana pianta, nuovi debiti per i successivi vent’anni, ma con un allegria ed una forza d’animo senza confini e remore.

Buon 2017 a tutti.

Andrea.

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