• Andrea Sivilotti

Via Sottoriva – Quinta parte

È passato un po’ di tempo dall’ultimo episodio, ma nulla è perduto, i ricordi sono lì, hanno impregnato la mia memoria e ad ogni richiamo sono pronti a riemergere, per rallegrare o intristire di nostalgia il nostro presente.

Prima di continuare con il racconto sulle persone che vivevano in quella via mi voglio soffermare sulla "noia", già proprio la noia, quella che oggi colpisce molti bambini e adolescenti.

Io non credo di essermi mai annoiato durante la mia fanciullezza e nemmeno più tardi durante l’età dei cambiamenti, del diventare grandi.

Sembra strano a dirsi ma non avevo tempo per annoiarmi.

C’erano troppe cose da fare e troppi sogni da sognare perché il tarlo della noia potesse intaccarci.

Eravamo abituati a sognare ad occhi aperti, a voce alta, e così bastava anche un piccolo spunto e tac, la nostra mente partiva alla scrittura di una nuova sceneggiatura, per un nuovo sogno.

Ricordo un’impresa geniale che noi ragazzini mettemmo in piedi prendendo spunto da una serie di eventi e semplici constatazioni.

Mia madre da sempre grande lettrice, riceveva a casa dei cataloghi per l’acquisto di libri. Questi cataloghi oltre alla rivista dove reclamizzavano i vari libri del mese, avevano allegato anche un foglio ripiegato, suddiviso in tante piccole immagini che ognuna rappresentava la copertina di un libro, simili per misure e fattezze ai francobolli del tempo, per di più da leccare e incollare proprio come i francobolli postali.

Nello stesso periodo a casa del mio compagno di giochi Fabiano, il suo babbo aveva cambiato tutti gli infissi.

Anche lui come tanti lavorava in giro per il mondo, e proprio da quei viaggi aveva preso l'esempio per installare delle finestre, che per le nostre zone, risultavano molto strane.

Per me era la prima volta che vedevo finestre con zanzariere e tante aperture scorrevoli.

La finestra del salotto, che dava sull’ampio terrazzo per esempio, a noi sembrava la vetrata dell’ufficio postale.

Quando un pomeriggio portai quelli che sembravano dei veri e propri francobolli, nella mente del gruppo scatto la molla.

Io assieme al mio compagno e le sue sorelle, organizzammo quel salotto come un vero e proprio ufficio postale. Spuntarono fogli e quaderni, penne, matite, e buste da lettera.

Io recuperai dalla soffitta una mia vecchia cartella dei primi anni delle elementari, e la attaccai al manubrio della bicicletta, così come i postini del tempo usavano portare sulle loro Vespa.

Mi tornò utili anche un capellino da marinaio bianco e blu, con la visiera, che mia mamma mi aveva comprato in un viaggio a Venezia.

Io ero il postino.

I preparativi dei nostri giochi erano la parte più interessante, duravano giorni e giorni, e non lasciavamo nulla al caso, tutto era ben pianificato per rendere la nostra operazione il più reale possibile.

Fabiano che era molto bravo e ordinato con la scrittura e il disegno, preparava le buste con il pseudo-francobollo, ci disegnava sopra pure le onde del timbro postale, mentre le ragazze, capitanate dalla sorella maggiore pensavano i testi più disparati per attirare gli utenti allo sportello.

Fummo così precisi e intraprendenti, che alcuni anziani della via, una volta ricevuta la comunicazione di recarsi al nuovo sportello dell’ufficio postale, si piombarono convinti dalla missiva.

C’era chi reagiva con un sorriso, tenendo il gioco, e chi come il nonno di Fabiano insisteva per ricevere il riconoscimento della pensione, come annunciato dalla nostra comunicazione.

Fu un osso duro Gelindo, per giorni ritorno con la stessa richiesta, finché fummo costretti a riconoscergli l’importo promesso, utilizzando come valuta, le banconote del Monopoli.

Erano così i nostri pomeriggi del doposcuola, o delle vacanze estive. Non avevamo il tempo di annoiarci, avevamo troppe cose da fare.

Anche quando per qualsiasi motivo non uscivo di casa, e rimanevo a casa, per esempio durante i lunghi periodi primaverili di pioggia, mi stendevo a terra davanti alla finestra della mia camera in mansarda, e guardava fuori la pioggia cadere.

Il ticchettio della pioggia sui coppi del tetto, il vento fresco che portava con sé profumi e odori di campagna, i rumori in lontananza delle auto sulle strade principali, tutto questo non faceva altro che far decollare i miei sogni ad occhi aperti.

Era sufficiente prendere spunto da un qualsiasi evento quotidiano, o da uno dei pochi programmi che i nostri genitori ci facevano vedere alla tv, che il gioco era fatto.

Un giorno ero un poliziotto che inseguiva dei banditi come Starsky e Hutch, il giorno successivo ero io il mitico Actarus di Goldrake, un altro giorno ero solo un semplice autista di autobus, o un bagnino della riviera di Lignano dove di solito passavo le vacanze.

Qualche centinaio di metri il raggio d’azione della mia vita da bambino, pochi accessori e giocattoli a disposizione, ma tanta, tanta fantasia, e la fantasia si sa è il miglior antidoto alla noia.

Risalendo quindi via Sottoriva, dopo casa mia si incontravano proprio le tre case dei fratelli Bel.

La prima era la casa materna, dove era rimasto a vivere il più giovane dei figli Dante, poi seguiva la casa di Dario e infine quella di Davìde, il babbo di Fabiano e le sue tre sorelle, Annamaria la maggiore, Cristina mia coetanea e Nadia la più giovane.

A differenza delle altre due la casa della famiglia di Dante, mio padrino alla Cresima, fino alla ristrutturazione post terremoto era rimasta quella originale, contadina, con la stalla e il fienile sopra il porticato prospiciente sulla via, e la parte abitativa all’interno della corte.

Il muretto in pietre che costeggiava il canale di scolo delle acque piovane, e portava verso l’ingresso del porticato, era il punto d’incontro con Fabiano nel primo pomeriggio.

Lui arrivava quatto quatto, si nascondeva dietro al muretto e con un doppio fischio (fiuu-fuit) mi chiamava a rapporto.

Si nascondeva perché un po’ temeva mia madre, sapeva che a casa mia vigeva l’ordine inderogabile di: “prima il dovere poi il piacere”, e questo voleva dire che prima di andare a giocare dovevo aver pranzato, sparecchiato la tavola, lavato i piatti e fatto i compiti.

Per l’ultima parte delle imprescindibili incombenze, riuscivo sempre ad imbarcare delle scuse, recuperando poi alla sera dopo cena.

A volte però nonostante le mie scuse, e i continui richiami del mio amico, mia madre rimaneva irremovibile, e dal cortile, immersa tra i suoi rosai decretava:

“Puoi fischiare quanto vuoi, ma finché non finisce i compiti, da casa non esce!”.

Terribili i genitori di un tempo. :)

Per fortuna questi episodi erano abbastanza rari, e così quel muretto si trasformava nella nostra pista per le macchinine, dove ognuno esponeva i suoi esemplari scambiandoceli.

L’unico che non aveva il diritto a questo Socialismo dei giochi era mio cugino Marco, appena udivamo il suo arrivo, nascondevamo tutte le nostre macchinine migliori, facendo rimanere solo gli esemplari meno pregiati e più diroccati.

Lui aveva il dono della distruzione; tutto ciò che gli capitava per mano andava a pezzi.

Oggi ripensandoci un po’ mi dispiace, però in fondo anche i bambini a loro modo sanno essere spietati.

Un altro ricordo è rimasto impregnato nella mia memoria, nonostante risalga a quando io ero veramente piccolo, un ricordo triste, legato proprio alla famiglia Bel.

Era un pomeriggio estivo, forse un sabato, le nubi s’erano addensate e il cielo via via sempre più nero prometteva un brutto temporale. In lontananza infatti, si stagliavano brillanti fulmini sulle scure nubi, e il rombo dei tuoni si faceva via via più forte.

Come ho già raccontato, a quei tempi le famiglie, i vicini, si aiutavano l’un l’altra, e così fu che mia madre e mio fratello Sandro s’incamminarono a rastrellare il fieno del prato sottostante e ad aiutare Dante e sua madre con il loro, accumulandolo in covoni prima dell'arrivo della pioggia.

Io per ordine di mia madre rimasi in casa, mentre le prime gocce cominciavano a bagnare il cortile e i lampi e i tuoi s’erano fatti più intensi e vicini.

Poi ad un tratto fui risvegliato dai miei giochi, non ho un’immagine ben precisa di ciò che era accaduto, ricordo solo un via vai di Vigili del Fuoco, l’ambulanza, gli infermieri, le sirene, e tutto il vicinato in strada.

Un fulmine s’era schiantato proprio là in mezzo a quei prati, attirato forse dai cavi dell’alta tensione che ci passavano sopra.

In quel episodio perse la vita la mamma di Dante, e anche lui rimase colpito ma fortunatamente in modo minore.

Mia madre e mio fratello, di poco distanti nel tragico momento, avevano assistito al dramma ed incoscientemente s’erano precipitati in loro aiuto, ricevendo pure le sgrida del Vigile del Fuoco, che aveva urlato loro che in simile occasioni non ci si deve avvicinare subito a chi è stato colpito da una scarica elettrica.

Anche questa è storia di vita, sempre parte della storia di via Sottoriva.

A breve la continuazione.

Ritorna alla quarta parte.

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