Nostalgia di un paese che non c’è più
Domenica 14 dicembre 2025 | Andrea Sivilotti
Comprendere a fondo il mondo che ci attornia non è cosa facile, vivere al suo interno ci da una percezione distorta, falsa, in quanto anche noi siamo parte di quello stesso mondo.
Un mondo dove ci sentiamo orgogliosi delle sue conquiste, delle sue origini e non riusciamo a vedere il marciume che ha già iniziato ad inzaccheraci le caviglie, perché dovremmo ammettere di essere complici di questo decadimento.
Come del resto molti friulani, ho avuto il privilegio di emigrare all’esterno per molto tempo, non certo per gli stessi motivi dei nostri avi, obbligati dalla “miseria” che incombeva sui nostri territori, ma per il piacere di fare nuove e più qualificanti esperienze di lavoro.
Mi sono imposto di vivere immerso nelle società in cui mi ero trasferito, evitando di frequentare solo miei colleghi espatriati. Ho imparato e quindi parlato le lingue locali, assorbendo avidamente usi e costumi di società molto diverse dalla mia.
Immagine tratta dal web
Il richiamo del paese natìo non si è attardato a manifestarsi, una nostalgia crescente delle mie origini, della cultura del mio popolo, dei banali gesti di una quotidianità spesso dimenticata hanno cominciato un po’ alla volta a farmi sentire sempre più distante dalla mio caro Friuli.
Il naturale quotidiano confronto tra il paese che mi ospitava da straniero e quello di mia origine ha fatto crescere, giorno dopo giorno, la nostalgia di casa.
La mente sottoposta allo stress del ricordo ha iniziato a riportare alla luce tutti gli aspetti cari, quelli che, ripresi dal bagaglio storico, ti fanno emozionare nel ricordarli.
Man mano che il tempo passava, maggiore era l’attività di scavo nella memoria, andando sempre più indietro nel tempo, prima i periodi belli della giovinezza adulta, poi la spensierata adolescenza, sino ad arrivare alla tenera infanzia.
Un processo che marciava di pari passo alla presa di coscienza con la pari vita del posto.
Poi ad un tratto decido che è ora di rientrare e tornare alla vita ordinaria nel proprio paese ed è al rientro che le cose cominciano a prendere una piega strana.
Sono passati tanti anni dalla mia partenza ma non così tanti da giustificare il cambiamento che appare ai miei occhi.
Non riesco più a ritrovare i punti di riferimento di un tempo, quelli che ho cercato attraverso il processo nostalgico, di non dimenticare.
Il paese è molto cambiato, la società è molto cambiata, la gente non è più la stessa.
I paesi sono tristi e vuoti, hanno chiuso buona parte degli esercizi commerciali, rimangono solo pochi bar e osterie che si riempiono solo in ristrette fasce orarie.
La gente è chiusa in casa davanti alle demenziali programmazioni delle tivù a pagamento e non v’è più nemmeno un minimo di socializzazione interna alle famiglie, ogni soggetto è estraniato dagli altri, chiuso nella propria stanza, davanti al suo personale mega schermo o computer.
In deroga a l’auto esilio, noto che la gente ama accalcarsi nei centri commerciali o nei supermercati, alla rincorsa di acquisti sempre più inutili che spesso riescono ad appagare solo per poche ore la fame di possesso, per poi finire a riempire il settimanale sacco del rifiuto indifferenziato.
È diventato quasi impossibile dialogare con pacatezza e serietà di argomenti importanti, di cultura, di aspetti sociali, di solidarietà e delle criticità che molte famiglie affrontano in questo particolare periodo storico.
Nell’aria c’è un misto di cattiveria, negatività, invidia, ignavia e odio verso il prossimo che non riesco proprio a ricordare e a ricondurre alla cultura popolare delle nostre terre.
Un mondo che non sento più mio, che non mi appartiene e che mi porta a riprovare, come quando ero lontano, ancora una volta “nostalgia” per un paese che non c’è più.
L’aver vissuto per quasi quindici anni distante dalla mia terra, mi ha aperto gli occhi su un cambiamento che forse era già in corso e che io non riuscivo a percepire essendovi dentro fino al collo con il resto della società.
Ora però mi è difficile far finta di nulla e vorrei tanto che le persone riscoprissero la nostra vera essenza, di quando eravamo meno arroganti e sicuramente meno benestanti.
Parafrasando ciò che disse qualcuno del quale non ricordo il nome:
la ricchezza non è nel possedere sempre più cose o avere sempre più potere, ma è nel vivere in armonia con il mondo e le persone che ci circondano, godendosi ciò che si ha in compagnia di chi si ama e si stima.
Riflettiamoci sopra.
Buona vita a tutti.
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